La produzione di statue in argilla cruda di Nisa trova confronti con altri siti dell’Asia Centrale e precorre alcuni importanti sviluppi della scultura kushana e greco-buddhista. Questo tipo di decorazione era previsto a Nisa anche per altri edifici; primo fra tutti l’Edificio della Sala Rotonda.
I primi frammenti di statue in argilla cruda dipinta furono individuati nella Sala Rotonda fin dai sondaggi di Maruščenko ed Eršov (1934-1936), ma furono lasciati sul fondo delle trincee aperte anche quando cominciò nel 1949 l’attività di scavo della JuTAKE (Missione Archeologica Complessa nel Turkmenistan Meridionale); essi furono recuperati solo a cominciare dal 1990 quando il team di restauratori della Missione Archeologica Italiana ne iniziò la pulizia ed il prelevamento sistematico dal terreno. Fino ad ora sono stati recuperati circa cento frammenti nella Sala Rotonda ed una decina nell’Edificio Rosso, oggi conservati nei magazzini del Museo Archeologico Nazionale di Ashgabat.
I frammenti scultorei recuperati appartengono a personaggi in abiti panneggiati o militari; nella maggior parte dei casi si conservano porzioni di vesti o di acconciature, ed in numero minore parti del corpo (teste, mani, braccia). Tra queste ultime spicca soprattutto l’eccezionale frammento di testa maschile barbuta che è stata identificata, grazie a confronti monetali, con Mitridate I. Un interesse particolare rivestono anche i frammenti di vesti ed acconciature, perché danno un’idea delle tendenze artistiche che dovevano aver influenzato gli scultori niseni nella messa in opera del programma decorativo. Lo studio iconografico e stilistico dei frammenti permette infatti di considerare le sculture della Sala Rotonda come un eccezionale esempio di arte ellenistica in Asia Centrale.
Grazie agli studi fino ad oggi condotti è possibile avanzare alcune interessanti ipotesi sul ciclo scultoreo della Sala Rotonda. Esso era probabilmente costituito da numerose statue femminili e maschili, il cui numero minimo è stato individuato in cinque; almeno tre di queste erano abbigliate in tunica e manto, una era abbigliata alla iranica ed una era probabilmente un guerriero. Esse erano acconciate alla greca con i capelli a boccoli o trecce sulle spalle e nel caso delle raffigurazioni maschili con barbe a lunghe ciocche ondulate o a corti riccioli sotto il mento. La collocazione di simili raffigurazioni, le cui dimensioni erano superiori al naturale (2,30-2,40 m), non è accertabile con certezza all’interno della sala. Esse non erano certamente appoggiate alle pareti, ma erano probabilmente collocate sul pavimento, forse su basi lignee. Impossibile poi chiarire se esse fossero disposte a gruppi o isolate le une dalle altre, magari ad intervalli regolari.
Una delle particolarità più interessanti della decorazione scultorea in crudo risiede soprattutto nella tecnica di lavorazione “composita”: le varie parti (per esempio teste, braccia, mani, vesti ed acconciature) erano modellate separatamente e in parte a stampo o a mano e poi unite le une alle altre. Per tenere insieme statue così costituire vi era una armatura interna, anch’essa fatta di pezzi di forme e materiali diversi (legno, metallo e gesso), su cui venivano stesi in successione gli strati di argilla. Una vivace policromia caratterizzava l’aspetto finale delle statue: sui frammenti di vesti restano infatti abbondanti tracce di colore azzurro, rosso e rosa, mentre sui capelli prevalgono il nero ed il rosso. A questo proposito interessanti dati sono stati raggiunti grazie ad alcune analisi chimiche, condotte nei laboratori della Soprintendenza della Valle d’Aosta, che hanno chiarito la composizione dei vari tipi di argilla e dei pigmenti di colore usati nella fase finale di finitura pittorica. Durante la campagna di scavo 2005 sono state inoltre effettuate alcune misurazioni direttamente sui campioni conservati nel Museo Nazionale di Ashgabat con due spettrofotometri dell’Istituto di Fisica Applicata “Nello Carrara” di Firenze .