La ceramica proveniente da Seleucia è significativa non solo per la straordinaria ampiezza dei ritrovamenti che, provenienti da isolati di abitazione, tombe, edifici pubblici ed aree aperte, coprono l’intero arco di vita della città dall’età seleucide a quella tardo-partica, ma anche per la eccezionale ricchezza del quadro di riferimento cronologico e storico-artistico, delineatosi nel corso di 26 campagne di scavo italiane ed americane. L’aspetto più interessante di questa produzione è l’originalità con la quale le innovazioni portate dai coloni macedoni si innestano sulla millenaria tradizione locale, modificando per sempre il consolidato repertorio mesopotamico, in tutte le classi di produzione, dalla ceramica invetriata e fine a quella comune e da cucina.
Accanto a coppe, piccoli vasi e olle senza anse, lucerne e fiaschette da pellegrino, che continuano ad essere prodotti, in linea con la tradizione dell’invetriatura mesopotamica, numerosi tipi della ceramica ellenistica tipica di IV – III sec. a.C. (vernice nera, West Slope Ware, Megarian) sono riconoscibili al di sotto della superficie vetrosa di colore verde, bianco, azzurro. A fronte delle scarsissime importazioni di ceramica dalla madrepatria, le botteghe della città in età seleucide rispondono alla domanda dei coloni utilizzando una tecnica tradizionale per creare adattamenti originali di tipi occidentali, quali l’anfora da tavola a due anse, la coppa kantharoide, il fish plate, il lagynos.
Nel successivo periodo partico, grazie all’intensificarsi dei commerci sulle lunghe distanze, la diffusione della Eastern Sigillata A e del vetro soffiato contribuiscono a creare una produzione molto variata di ceramica invetriata, che si diffonderà in tutti i principali siti partici, dal Nord Mesopotamia al Golfo all’altopiano Iranico tra il I sec. a.C. e la fine del I sec. d.C. La particolare ricchezza del repertorio della Seleucia partica, con la famiglia di brocchette piriformi ad un’ansa, le grandi coppe e i piatti turchesi, le anfore decorate ad incisioni, le eleganti ciotole dall’invetriatura bianca, le brocche a campana, riflette la situazione economica di floridezza di cui la città godeva grazie al suo stato di emporio commerciale e di centro economico primario nell’economia di scambio del mondo antico.
Anche la produzione di ceramica comune, di norma più legata alla tradizione locale, viene toccata dalle novità che arrivano con i coloni. Il fenomeno è riscontrabile in altre località della Mesopotamia ellenizzata, ma peculiare di Seleucia è la straordinaria fortuna e diffusione delle brocchette e bottiglie monoansate in numerosissime varianti, sempre caratterizzate da qualità piuttosto alta di manifattura e da una stretta aderenza a prototipi occidentali, mentre il repertorio di coppe, ciotole, vaschette, terrine, bacili per l’uso corrente continua le forme della tradizione mesopotamica.
Un particolarissimo tipo di ceramica fine, con le pareti sottili come un guscio d’uovo e risalente alla tradizione palatina neoassira ed achemenide, persiste durante tutta la vita della città, ma anch’essa non è immune da influenze della ceramica occidentale, come testimoniano forme quali l’anforetta a due anse ricurve, la brocchetta monoansata e la coppetta kantharoide.
Le lucerne a lungo becco e a piattino, di tradizione mesopotamica, sono affiancate da lucerne a stampo di tipo ellenistico, talvolta plurilicni, decorate da figure a rilievo che ne fanno dei piccoli capolavori di coroplastica.
Soltanto nelle ultime fasi di vita della città la produzione accusa un calo nella qualità, con semplificazione dei tipi e minore cura nell’invetriatura e nella tornitura, ma l’eredità di gran parte del repertorio verrà raccolta dalla sasanide Veh Ardashir/Choche, che la elaborerà in una nuova sintesi al confine fra il tardo antico e il medioevo islamico.