Lo scavo degli Archivi (1967-1972), ha esposto un’area di oltre m2 2600. Furono riportate alla luce strutture abitative di epoca partica e l’unico grande edificio di periodo ellenistico estensivamente documentato a Seleucia: gli archivi affacciati sull’agora cittadina. Di particolare rilievo è stato il recupero delle migliaia di sigillature in argilla dei documenti conservati in giacitura originaria (oltre 25000). Lo scavo ha permesso di identificare cinque principali livelli di occupazione, distribuiti su un arco cronologico di circa cinque secoli.
Il livello più antico, quello degli archivi, fu raggiunto parzialmente poiché le fondazioni delle strutture posteriori, che non hanno potuto essere rimosse durante i lavori di scavo, ne inglobavano i resti architettonici. Ma le pareti interne intonacate dei muri, i pavimenti in argilla compattata, le abbondanti tracce di combustione e le sigillature in argilla in gran parte cotte testimoniavano che l’edificio fu distrutto da un grande incendio. Esso si componeva di due serie di 7 ambienti ciascuna, per una lunghezza di ca. m 140. Questi ambienti, degli spazi rettangolari con nicchie e pilastri ripetuti serialmente, erano allineati per il lato breve e comunicavano secondo un percorso assiale. Il ritrovamento delle sigillature frammiste a carbone e chiodi in corrispondenza delle nicchie lascia supporre che all’interno di ciascuna nicchia fossero sistemati degli scaffali lignei sui quali erano depositati documenti in materiale deperibile (bruciati durante l’incendio).
Grazie alle impronte di timbri datati presenti su oltre la metà delle sigillature superstiti, fu possibile datare ad età seleucide la struttura in cui erano custodite, mentre altre impronte figurate di sigillo, in particolare quelle con il ritratto di Demetrio II (secondo regno), dimostrano che l’incendio deve essere divampato dopo il 129 a.C. La natura delle sigillature, le quali recano impronte di timbri, di sigilli ufficiali e di sigilli privati, lascia intendere che questa enorme struttura doveva essere gestita da un’autorità pubblica e che al suo interno i cittadini di Seleucia potevano lasciare in custodia copie dei loro documenti (per la maggior parte contratti commerciali o ricevute fiscali). Si tratta del più grande edificio archivistico del mondo ellenistico ad oggi conosciuto.
Dopo l’incendio, questo lato dell’agora mutò destinazione, poiché se gli archivi erano al servizio pubblico, il nuovo complesso edilizio appare qualificato dai materiali rinvenuti – soprattutto ceramica d’uso comune, monete e figurine in terracotta – come un insieme di abitazioni. La natura originaria della grande piazza antistante Tell ‘Omar venne quindi almeno parzialmente riconsiderata
Le strutture che si sovrapposero agli archivi si conservavano per pochi filari e in alcuni punti lo scavo quasi non ne rivelò traccia per la contestuale presenza di rifoderature successive. Tuttavia, grazie ai dati acquisiti, fu possibile identificare alcuni spazi scoperti facenti parte di questo nuovo complesso, la cui alternanza con ambienti coperti sembra scandita intenzionalmente, essendo plausibilmente riconducibile alla suddivisione dell’area in cellule abitative.
Sulla scorta di queste osservazioni e della cronologia dei materiali, che suggeriscono un periodo relativamente breve di occupazione (fine II sec. a.C. – primo quarto I sec. d.C.), sembra di poter affermare che il Liv. IV fu un livello di transizione tra l’iniziale processo di conversione di un luogo che era stato di pubblica fruizione e lo sviluppo edilizio che caratterizzò le fasi successive.
Il Liv. III rappresenta la fase di occupazione più lunga del periodo partico ed è certamente quella caratterizzata da un maggiore impegno dal punto di vista architettonico, poiché al suo interno si enucleano chiaramente due grandi fasi edilizie di ricostruzione e una di minore impegno (IIIa, IIIb, IIIc). Rispetto al Liv. IV, si rileva un incremento costruttivo e un più evidente sfruttamento del suolo. Inoltre, sui resti dei vecchi edifici sorsero nuovi fabbricati che, se in linea di principio ne ricalcarono in parte l’impianto, ebbero in molti punti murature più possenti a scapito della superficie calpestabile, per permettere verosimilmente un loro maggiore sviluppo in altezza e recuperare spazio fruibile.
La funzione eminentemente abitativa di queste costruzioni è ulteriormente sottolineata dalla maggiore quantità di dati rispetto alla fase precedente, sebbene si tratti di materiali rinvenuti soprattutto negli ambienti della metà settentrionale. Solo una parte del complesso e per un periodo di tempo limitato al Liv. IIIa-b fu destinato ad attività di tipo commerciale, ma venne convertita nell’ultimo periodo di occupazione divenendo anch’essa un’unità abitativa.
Il passaggio dal Liv. IIIb al Liv. IIIc sembra rappresentare l’apice dello sviluppo architettonico del periodo partico ed è in questa fase che le sepolture in contesto domestico, prima quasi del tutto assenti, godono un notevole incremento. Le strutture necessarie alle quotidiane esigenze dei residenti vengono aumentate e meglio distribuite – i pozzi ad es. non sono più concentrati in un solo punto come accadeva durante il Liv. IV.
Le unità abitative sono di dimensioni lievemente oscillanti, ma in media si attestano su una metratura di poco inferiore a m2 200. Esse avevano nella presenza di un cortile, luogo delle principali attività domestiche (ad es. la preparazione del cibo e l’approvvigionamento dell’acqua), una caratteristica comune. Nel contesto del Liv. III, i materiali si distribuiscono su un arco cronologico piuttosto ampio, che va dalla seconda metà del I sec. a.C. alla fine del I sec. d.C.
Gli ultimi due periodi di occupazione sono indistinguibili nella maggior parte delle aree del cantiere. La chiara sovrapposizione di due fasi architettoniche è stata infatti rilevata con certezza solo in alcune parti del complesso. L’impianto generale dei fabbricati rimane grosso modo invariato, ma rispetto alle fasi precedenti si rileva una certa tendenza a semplificare l’articolazione planimetrica di alcuni ambienti o settori e, soprattutto nella parte meridionale del complesso, a raggruppare alcuni ambienti in grandi aree scoperte rettangolari di svariati metri di lunghezza (in media, ca. m 15), che sottraggono spazio ai precedenti contesti abitativi coperti. Inoltre, in riferimento alle parti del cantiere dove sono documentati rinvenimenti, si nota che la quantità dei materiali diminuisce progressivamente nel corso del tempo – ovvero in corrispondenza di quote più superficiali – mentre sembra proporzionalmente aumentare il numero delle sepolture. Nonostante siano comunque evidenti degli interventi di ricostruzione, la frequentazione sembra concentrarsi solo in alcuni punti del complesso e i fabbricati sembrano soggetti a un lento ma progressivo processo di destrutturazione.
Non è possibile articolare in dettaglio la cronologia dei materiali pertinenti ai Liv. II-I, ma forme ceramiche genericamente ascrivibili al I-II sec. d.C. sono presenti a quote relativamente compatibili con la fase architettonica più antica (Liv. II), mentre quelle presenti a quote più superificiali, piuttosto in relazione con l’ultima fase di ricostruzione (Liv. I), sono di pieno II sec. d.C. o di II-III sec. d.C. Nel loro insieme queste fasi possono dunque essere ascritte a un ampio arco cronologico che abbraccia senza alcun dubbio tutto il II sec. d.C. e che vede una frequentazione del complesso ancora almeno durante i primi tempi del III sec. d.C. Una possibile separazione tra i due livelli sembra collocabile, almeno per il contesto di alcuni ambienti, nell’ultimo quarto del II sec. d.C., poiché a quote intermedie tra le due fasi architettoniche vennero rinvenuti due tesoretti di monete che, considerata la presenza di emissioni di Faustina minore, non possono essere stati deposti prima del 176 d.C.