Lo scavo del sito di Tell Hassan, svoltosi durante le stagioni 1978-1979, ha messo in luce 13 livelli di occupazione che vanno dal periodo tardo halaf (fine VI millennio a. C) a quello sasanide (224 d. C.).
Va detto che solo per la fase più antica, quella halaf appunto, abbiamo delle vere e proprie strutture architettoniche, riferite ai livelli
I-II e, in misura minore, III-IV. Con il livello V il villaggio viene abbandonato.
Nella parte occidentale del sito, ampio circa un ettaro e mezzo, sono venute in luce strutture abitative che si sviluppano attraverso i quattro livelli 1-4. La parte centrale, invece, è tagliata da una fossa, al fondo della quale si riconoscono strati riferiti ai livelli più profondi dell’adiacente villaggio. Nella parte orientale vi sono resti di strutture riferite al villaggio, con probabili funzioni produttive: ad esempio un forno per la cottura della ceramica appartenente al livello I.
Parecchie aree del sito si presentano fortemente erose e tagliate da tombe di epoca storica e da tane di animali.
Nel livello Ia, il più antico, le strutture abitative messe in luce sono limitate a 11 ambienti, costruiti sul terreno vergine.
Il livello Ib, scavato con maggior completezza, riprende l'organizzazione degli ambienti di Ia.
Le strutture architettoniche sono delimitate da un'area aperta a ovest, probabilmente un cortile e, a est, da un'altra area aperta occupata da due grandi fosse scavate nel terreno vergine.
Nell'insediamento sono state identificate diverse aree funzionali: abitazioni a nord, aree produttive e di immagazzinamento a sud: un deposito di proiettili di fionda, un laboratorio litico; a est al di là delle fosse già citate, è stato trovato un forno probabilmente adibito alla cottura della ceramica.
L'area residenziale era verosimilmente occupata da più di un nucleo familiare, perché più di un ambiente era adibito a cucina.
Il livello II vede una certa continuità architettonica con il precedente, anche se l'area insediata della parte nord ovest è ora sostituita da un'area aperta.
Gli scavatori osservano delle variazioni nell'uso di certi ambienti, che diventano ora polifunzionali, mentre nella fase precedente erano rispettivamente il laboratorio litico e un ambiente di soggiorno.
Anche in questo livello, come nei precedenti, sono stati rinvenuti diversi forni.
In un ambiente, accanto a un forno vi erano dei dischi di gesso di colore bianco o rosa. Forse erano usati per il controllo dei colori usati per la pittura della ceramica.
Il livello III è meno ben conservato, soprattutto a causa delle tombe isin-larsa che tagliano completamente il centro dell'abitato e della forte erosione nella parte nord, di conseguenza le strutture sono spesso poco riconoscibili.
In compenso, strutture sono state identificate nella parte est del
tell: in particolare una tholos, tipo di edificio a pianta circolare
che, quasi sempre in associazione con edifici quadrangolari, è tipico
degli insediamenti halaf in tutta la Mesopotamia. La nostra tholos era
probabilmente usata per immagazzinamento di materiale deperibile o per
il ricovero di animali: non conteneva pressoché alcun coccio né utensile.
Del
livello IV non abbiamo che pochi resti, tra cui una probabile parete
di forno a est. Un dato interessante è costituito dalla diversa tecnica
costruttiva. Il tauf, che nei livelli precedenti era ricco di paglia, è ora
prevalentemente sabbioso.
Il bacino di Hamrin, nella media valle del fiume Diyala, è delimitato a est dalle pendici più occidentali dello Zagros e, a ovest, dalla catena collinare del Jebel Hamrin, che separa questa regione dalla piana alluvionale della Mesopotamia meridionale.
Si trova molto lontano, quindi, dal luogo dove la cultura halaf nasce, verosimilmente all’inizio del VI millennio a. C.: le valli degli affluenti del Khabur nell’alta Siria.
L’area di Hamrin rappresenta infatti il punto di massima espansione meridionale di Halaf, che qui è documentato nella sua fase finale.
Si tratta di una cultura caratterizzata per tutta la sua storia, durata circa un millennio, da una ceramica di eccezionale qualità, con impasti fini, tipicamente nelle tonalità arancio, cuoio e rosate, spesso decorata con pittura marrone, arancio, rossa o nera che nella sua fase tarda può anche essere policroma.
Tra i materiali del nostro villaggio halaf, infatti, oltre agli strumenti in pietra, prodotti in selce di ottima qualità e in ossidiana, alle figurine in argilla e allo strumentario tipico di un villaggio agricolo tardo neolitico, spicca una sontuosa e abbondante ceramica dipinta. Al di là del dato estetico, i motivi di interesse offerti da tale materiale sono molteplici: prima di tutto non si tratta di un corpus omogeneo, ma, potremmo dire, di più ceramiche diverse.
Una ceramica, che è stata trovata prevalentemente negli ambienti del villaggio, è caratterizzata da impasto più o meno fine il cui colore prevalente va da arancio a cuoio, superficie spesso lustra e decorazione dipinta. Forma tipica è la ciotola, decorata, spesso sia all’esterno che all’interno, da quasi infinite variazioni sul tema del reticolo o delle onde orizzontali.
Dal livello II in poi compaiono ciotole fini dalla superficie ben lustra, riccamente decorate in policromia con motivi a zigzag e ovuli che ricoprono tutta la superficie, nonché vasi decorati con un motivo a uccelli stilizzati, che ricopre ampie superfici. Tali decorazioni non sostituiscono le ciotole a reticolo precedentemente citate, che continuano a essere molto frequenti, ma impreziosiscono il corredo domestico con esemplari di particolare lusso esecutivo e fantasia creativa.
Una seconda ceramica è quella della già citata fossa centrale, i cui livelli più antichi, per quanto dilavati, paiono contemporanei a quelli del villaggio. Anche le forme dei vasi sono le stesse del villaggio, ma con elementi assolutamente diversi : sono tipiche le scodelle con basi a disco o ad anello e, tra i motivi decorativi, i fasci di linee orizzontali fitte e ravvicinate, di colore rosso arancio.
Negli strati superiori, la ceramica a righe continua a essere un elemento distintivo,
specie su forme aperte che tendono a farsi sinuose, ma compare anche un nuovo
materiale, dall'impasto verdastro o cuoio, più ricco di sabbia rispetto al
precedente.
Queste ciotole continuano, con un impercettibile processo evolutivo,
nei vasi del livello V, pienamente datate dai confronti all'Obeid 3.
Un altro tipo ceramico appare invece nell’area ovest del villaggio, al di là di un viottolo ciottolato, in una casa purtroppo interessata da una forte erosione. In quest'area la ceramica ha caratteristiche ancora diverse. E' pressoché assente il lussuoso materiale del 'villaggio', e troviamo invece frequenti impasti stracotti, con inerte sabbioso meno fine e pittura verde, marrone oppure porpora, colore spesso associato, in tutto il sito, a una ceramica verde giallastra, con decorazioni che imitano quelle del villaggio, specie nei reticoli sulle forme aperte che qui però, appunto, hanno spesso impasto verde. Nei livelli più alti, III e IV, la ceramica inizia a presentare affinità con quella del livello 4 del villaggio, unita però a elementi nuovi. Troviamo, infatti, ad esempio, una grande giara verde decorata a rombi e capridi, o un piccolo vaso globulare con una fascia dipinta di scorpioni sulla spalla.
Questi diversi tipi ceramici sembrano mostrare, su basi stratigrafiche, una almeno parziale contemporaneità, facendoci immaginare uno scenario etnografico in cui gruppi o clan diversi, pur mantenendo caratteristiche proprie, per il conservatorismo tipico delle società contadine, potevano convivere in modo pacifico e armonioso in uno stesso sito. La ricchezza e varietà della decorazione dipinta testimoniano l’importanza attribuita nel neolitico a questo materiale d’uso che assume importanti funzioni nella comunicazione del sistema di valori e dell’identità sociale di un gruppo umano, ma anche nella valorizzazione dell’abilità e creatività del singolo vasaio.
Attraverso tale vicinanza, tuttavia, una reciproca influenza e un'acculturazione non possono che essere inevitabili, per quanto a lunga scadenza e in modo impercettibile. In particolare, come abbiamo visto, una di queste ceramiche si evolve con un processo di evidente transizione che può essere seguito finché sfocia nella ceramica obeid del livello V, occupato dopo l’abbandono del villaggio halaf.
Con il livello V il villaggio viene abbandonato e la policroma cultura halaf scompare per sempre dal bacino di Hamrin come dal resto della Mesopotamia. Con le due fasi di epoca obeid 3 (V millennio a.C.), abbiamo un chiaro slittamento dell’occupazione verso est: l’insediamento vero e proprio non è stato trovato, ma doveva verosimilmente situarsi sotto l’odierna fattoria, abitata fino all’abbandono della zona in seguito alla creazione del bacino artificiale della diga nel 1980. La fase Va comprende una grande fossa centrale e un canale che attraversava la parte orientale del sito. La fossa centrale serviva probabilmente per accogliere riserve idriche che, condotte lungo il canale da un vicino corso d'acqua, dovevano servire al vicino insediamento.
Il successivo livello Vb è costituito da poche strutture architettoniche emerse al di sopra della fossa nella parte est del sito, con resti di focolari e di attività domestica (vasi di ceramica, ossa animali, fusaiole), e un'area di produzione artigianale, con forni di cui uno a due camere adibito alla cottura della ceramica, con resti di ceramica stracotta. La ceramica recuperata si inserisce perfettamente nella fase piena della cultura obeid (obeid 3), con confronti puntuali con numerosi siti in tutta la Mesopotamia: gli impasti sono color cuoio o più spesso verdastri e la decorazione, quando è presente, si limita a motivi molto semplici dipinti in nero, marrone o verde. Evidentemente la ceramica non rappresentava più un importante strumento di riconoscimento e valorizzazione sociale e personale, ma era ormai semplicemente un materiale d’uso.
Come già accennato, le successive frequentazioni si riducono a tombe che, dal periodo uruk (IV millennio a. C.) fino all’epoca sasanide vennero deposte da genti di passaggio o da abitanti dei dintorni