Turkmenistan


Dal 1990 è attiva una missione archeologica del Centro Scavi a Nisa Vecchia, i cui lavori si inseriscono nel filone di ricerca sull’irradiazione della cultura ellenistica in Asia e sulle sue conseguenze in età partica e sassanide. Fra il 1990 e il 1999 si sono condotti scavi all’interno della Sala Rotonda, completando i dati raccolti dalle ricerche sovietiche nei decenni precedenti. Tra il 2000 e il 2006 gli scavi si sono concentrati in un settore adiacente la Sala Rotonda, dove sono stati rinvenuti i resti monumentali dell’Edificio Rosso. Dal 2007 è stato aperto un nuovo settore nell’angolo SW della cittadella, che ha portato alla luce un vasto complesso di strutture, alcune delle quali interpretabili come magazzini.


Turkmenistan - Nisa


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  • Progetto: Scavi, studi e restauri a Nisa Vecchia
  • Sito: Nisa Vecchia, Baghir
  • Direttore scientifico: Antonio Invernizzi (fino al 2003), Carlo Lippolis

I lavori della missione del Centro a Nisa Vecchia (Mithradatkert) nell’odierno Turkmenistan, realizzati grazie al contributo del Ministero degli Affari Esteri e dal 2001 al 2007 della Compagnia di San Paolo di Torino, si inseriscono nel più ampio campo di ricerca “L’eredità di Alessandro e la formazione dell’arte partica. Ricerche sull’irradiazione della cultura ellenistica in Asia e sulle sue conseguenze in età partica e sasanide”. Scopo dell’iniziativa è lo studio delle forme e modalità di diffusione della cultura ellenistica in Asia e del suo incontro con quella iranica; per quanto riguarda l’Asia Centrale e la cultura partica Nisa Vecchia costituisce un punto di partenza privilegiato, estremamente significativo degli orientamenti e dei caratteri dell’arte e dell’architettura del primo periodo arsacide.
Da più di vent'anni il Centro Scavi di Torino è impegnato sul campo grazie ad una collaborazione con le autorità turkmene: in questi ultimi anni con il National Department for Protection, Research and Restoration of the Historical and Cultural Monuments del Ministero della Cultura e il Museo Nazionale di Ashgabat; nei primi anni delle ricerche con l’Università Statale di Ashgabat (Istituto di Storia e Archeologia).


Nisa Vecchia (Mithradatkert)


I Parti (o Arsacidi), appartenevano all’ampia confederazione dei nomadi Sciti delle steppe centroasiatiche. Il loro gruppo (Parni, Aparni) era originario delle regioni a sud del Mare d’Aral: lo raccontano le fonti classiche. Verso la metà del III secolo a.C. Arsace I si impadronì del potere in Partia, liberandosi dal controllo dei Seleucidi. E’ il prodromo di una gloriosa e secolare epopea che vedrà i Parti dominare le regioni orientali, per poi rivaleggiare con Roma e infine soccombere di fronte ai Sasanidi nei primi decenni del III secolo d.C. Una delle prime grandi fondazioni reali fu proprio Nisa Vecchia, l’antica Mithradatkert. La sua importanza risiede nel costituire una delle più antiche testimonianze di un centro ufficiale e monumentale del primo periodo arsacide: momento cruciale di gestazione, definizione e consolidamento di quegli orientamenti sociali-politici-culturali che confluiranno nell’arte composita di questo popolo.

L’area archeologica di Nisa si estende ai piedi della catena montuosa del Kopet Dagh, nel Turkmenistan meridionale. Due siti vicini, Nisa Nuova e Nisa Vecchia emergono oggi dalla pianura pedemontana a fianco del moderno villaggio di Baghir, 18 km a ovest della capitale Ashgabat. I due centri, così come li conosciamo oggi, vennero fondati in epoca partica su rilievi naturali. Nisa Nuova fu probabilmente la città, cinta di mura turrite e con una cittadella interna. Nisa Vecchia (la fortezza di Mitridate), invece, fu centro cerimoniale e cittadella reale. Quest’ultima è assai meglio nota in quanto a partire dagli anni ’30 del secolo scorso si sono succeduti scavi sovietici, turkmeni ed italiani che proseguono tuttora. Oggi possediamo una conoscenza certo ancora parziale ma soddisfacente dell’impianto interno e dei caratteri principali della cittadella di Nisa Vecchia. La favorevole posizione topografica della cittadella di Mitridate e l’imponente cortina di mura turrite in mattoni crudi dovevano dare al visitatore l’impressione di una guarnita roccaforte; ancora oggi, seppure trasformate in dolci ondulazioni sul bordo del tepe, le mura di Nisa Vecchia conservano un aspetto maestoso. Tuttavia, le ricerche che oramai da oltre 70 anni si susseguono sul sito sempre più evidenziano che la reale destinazione di questo impianto non era militare o strategica: non un baluardo, insomma, e neppure un’arroccata residenza reale, ma un vero e proprio centro destinato a cerimoniali celebrativi della dinastia arsacide. Esaltazione, al tempo medesimo, della regalità partica e della potenza di un nuovo gruppo etnico affermatosi sulla scena internazionale. In questa sua dimensione celebrativa - ed è qui che l’arte di Nisa illustra la sua ricchezza ed il suo fascino - arte ed architettura attingono a diverse tradizioni culturali: alcune da ricondurre alle origini della dinastia (il mondo delle steppe), altre a forti influssi iranici (Achemenidi), altre ancora al diffondersi dell’Ellenismo in Asia con e dopo Alessandro.


Le ricerche del Centro


All’interno della cinta di mura, protetta da 48 torri in mattoni crudi (materiale utilizzato per tutti gli edifici di Nisa), si riconoscono due maggiori complessi edificati. Un settore settentrionale con la monumentale Casa Quadrata dalla quale proviene la maggior parte dei materiali noti da Nisa Vecchia. Un settore centrale con un ampio cortile scoperto sul quale si affacciavano diversi edifici monumentali; tra questi i due complessi indagati a partire dal 1990 dalla missione del Centro Scavi di Torino: la Sala Rotonda (1990-1996, 1999) e l’Edificio Rosso (1995, 2000-2006)
I lavori della spedizione torinese hanno previsto operazioni di scavo, restauri, studio e documentazione, analisi tecniche. Tra il 1990 e il 1999 si sono condotti scavi all’interno della Sala Rotonda, completando i dati raccolti dalle ricerche sovietiche nei decenni precedenti. Uno degli aspetti che hanno contraddistinto le recenti indagini sul campo è stato il recupero dei frammenti di sculture in argilla cruda raccolte ed ammassate già in antico sul pavimento della sala ed in deplorevoli condizioni di conservazione; le operazioni, delicate e complesse, hanno previsto la pulitura, il consolidamento, lo stacco, la documentazione ed il restauro di decine di pezzi che sono oggi conservati nel museo della capitale. Tra il 2000 e il 2006 gli scavi si sono concentrati in un settore adiacente e immediatamente a N rispetto alla Sala Rotonda laddove si erano individuati resti di un edificio monumentale arsacide: l’Edificio Rosso. Nel 2007 è stato aperto un nuovo settore nell'angolo SW della cittadella, ai piedi delle mura di cinta. Gli scavi hanno messo in luce un complesso di strutture che copre una vasta superficie, di pianta approssimativamente quadrata, con stanze lungo i muri principali ed un cortile centrale. In alcune stanze, un tempo adibite a magazzino, sono stati rinvenuti numerosi resti di grandi giare (khum) da conservazione e sigillature in argilla cruda.

Gli allestimenti del Museo Nazionale del Turkmenistan e del Museo di Belle Arti di Ashgabat hanno offerto l’opportunità di vedere raccolti ed immagazzinati sistematicamente tutti i materiali provenienti da Nisa Vecchia nonché la disponibilità di spazi per interventi di studio, restauro ed analisi tecniche. La fruttuosa collaborazione con i musei ha consentito di portare a termine un aggiornamento della documentazione di alcune classi di materiali, confluito nelle pubblicazioni del Centro degli ultimi anni su metalli, sculture in pietra e argilla cruda, rhyta in avorio.

La Sala Rotonda

Nel settore meridionale del cosiddetto Complesso Centrale della cittadella sorgeva l’edificio della Sala Rotonda. Esso venne indagato da missioni sovietiche negli anni ’50 e negli anni ’80, fino a quando nel 1990 la missione archeologica italiana ne riprese lo studio con sistematiche campagne di scavo al fine di ultimare il rilievo planimetrico del complesso in parte ancora inesplorato. Allo stesso tempo si completò lo scavo dei livelli antichi dell’ambiente centrale e si procedette ad osservazioni sulle caratteristiche strutturali delle murature. I lavori di scavo portarono anche al recupero di frammenti della decorazione architettonica e dei frammenti delle sculture in argilla cruda che ornavano l’edificio.

L’edificio è, come tutte le strutture di Nisa, in mattoni crudi e misura circa 30 metri di lato; esso è costituito da un’ampia aula centrale circolare di 17 m di diametro inserita in un perimetro quadrangolare. La sala interna era accessibile attraverso tre distinti passaggi che conobbero alterne vicende edilizie. Lo schema planimetrico dello spazio circolare interno inserito in un perimetro quadrato fa della Sala Rotonda un edificio insolito che fino ad oggi non trova confronti diretti e puntuali pur potendosi far generico riferimento sia a modelli occidentali, sia a forme note alla tradizione architettonica centro-asiatica. Le insolite caratteristiche planimetriche, le dimensioni monumentali dell’edificio ed i ritrovamenti dall’interno degli ambienti ne suggeriscono una destinazione sacrale. A G. Košelenko si deve una lettura del complesso quale mausoleo dedicato ad un grande personaggio della dinastia arsacide; ipotesi che trova oggi conferma nell’identificazione, proposta da A. Invernizzi, del ritratto frammentario rinvenuto nella sala come effigie di Mitridate I.

Lo studio strutturale condotto sulle murature dell’edificio consente finalmente di proporre nuove ipotesi ricostruttive dell’aspetto interiore ed esteriore del complesso nonché della sua copertura.
Le caratteristiche strutturali dei muri della Sala Rotonda sono estremamente interessanti: conservati per un’altezza di oltre 4 metri, mostrano un complesso disegno delle diverse sezioni di muratura che compongono la struttura in crudo, composta di uno spesso quadrato perimetrale nel quale è iscritto il sottile cerchio di costruzione indipendente. Le dimensioni ragguardevoli dell’impianto e il passaggio dalla curvatura delle pareti interne all’andamento rettilineo del perimetro esterno dell’edificio confermano l’elevato grado di conoscenze tecniche e statiche dei suoi antichi costruttori.
L’ipotesi ricostruttiva di un edificio con tamburo cilindrico entro perimetro quadrato e tetto ligneo a padiglione di sapore classico avanzata anni addietro dai primi scavatori e la relativa dislocazione dell’apparato decorativo non possono essere mantenute. Il recente rilievo e i calcoli statici verificati dalla missione torinese hanno accertato che le murature interne non nascono verticali, ma si impostano sul pavimento già leggermente inclinate fin dal loro piede. Pertanto può essere avanzata su basi concrete una nuova ipotesi ricostruttiva dell’edificio con copertura a cupola a sezione iperbolica, ellittica, ovale di mattoni crudi di sapore pienamente orientale.

L'Edificio Rosso

L’Edificio Rosso, così chiamato per il ricorrere di intonaci rossi nelle stanze interne e in facciata, è stato interamente scavato nel corso di sei campagne. Negli ultimissimi anni gli sforzi della missione italiana a Nisa si sono concentrati sul complesso monumentale la cui importanza appare evidente dalle dimensioni (oltre 40 m di lato), dalla posizione (affacciata sul cortile centrale) e da alcuni caratteri architettonici e della decorazione (fregi in pietra, intonaci colorati). Se però è facilmente intuibile l’importanza che questo edificio doveva avere resta ancora problematica l’interpretazione della sua specifica destinazione; i caratteri architettonici dell’impianto ne suggeriscono una generica lettura di edificio cerimoniale, al pari di tutte le altre costruzioni del settore centrale della cittadella.

Campagne 2000-2001
La ripresa degli scavi nel settore a N della Sala Rotonda individuò fin dai primi livelli, poco al di sotto del piano di campagna, strutture in argilla pressata in precario stato di conservazione al di sopra delle strutture di età arsacide. Fin dall’inizio fu dunque evidente che assieme a dispositivi di età partica stavano venendo alla luce murature di epoca più tarda, che si suppose fossero di epoca islamica. I muri del complesso islamico sono in argilla pressata (pakhsa); solo sporadicamente si osserva l’uso di una tecnica mista che prevede l’uso di mattoni (30x30x5-6 cm) alternato ai blocchi di pakhsa. Buona parte delle strutture si imposta direttamente sui muri di età partica ed è probabile che alcune delle murature più antiche siano state riutilizzate come base dello spiccato dei muri perché ancora in buono stato di conservazione. L’intera area sulla quale sorse l’edificio medievale venne approntata per l’erezione del complesso: il riempimento - forse artificiale - di alcuni ambienti e la posa in verticale di alcuni filari di mattoni partici riutilizzati, stanno a testimoniare un intervento pianificato per creare una solida piattaforma sulla quale poggiare i muri del complesso islamico. La pianta dell’edificio medievale è costituita da un cortile centrale rettangolare di circa 13 x 10 metri, sul quale si affacciavano tre iwan a N, W e S. Sul lato E le ricerche hanno portato alla luce due ambienti rettangolari e un lungo corridoio con direzione N-S. A lato degli iwan si registrano strutture in stato frammentario che attestano la presenza di vani e dispositivi tutt’intorno al cortile centrale, il cui deplorevole stato di conservazione non ha purtroppo permesso di elaborarne un rilievo analitico. La datazione del complesso islamico si basa esclusivamente su esigui frammenti ceramici che collocano l’orizzonte temporale tra XII e XVI secolo.

Campagne 2002-2003
Le campagne di scavo 2002-2003 hanno riportato alla luce, quasi nella sua interezza, l’Edificio Rosso, di grandi dimensioni (circa 42 m di lato) con murature conservate ancora per circa quattro metri di altezza. L’edificio arsacide è in mattoni crudi, ma alcuni dettagli architettonici rivelano la particolare cura ed importanza che gli fu sempre tributata. Esso si affaccia sul grande cortile centrale della cittadella e ha impianto quadrangolare, caratterizzato da una grande aula centrale a colonne circondata su tre lati da ambienti e corridoi e preceduta, sul lato settentrionale, da un portico di facciata. Il portico soprelevato sul cortile era accessibile tramite una scala a tre gradini in pietra, al centro della facciata. Esso misurava circa 13 x 17 m ed era delimitato a W e E da due ambienti aggettanti (24 e 27); era decorato da un fregio di lastre di pietra ad astragalo e scanalature. Sul portico poggiavano infine 4 basi in pietra che dovevano sorreggere colonne in legno.
Ai lati della facciata si aprivano due ingressi che conducevano negli ambienti laterali 24 e 27. Essi aggettano dal perimetro dell’edificio di circa 8 metri e costituiscono le quinte laterali del portico soprelevato. I due ambienti, che vennero chiusi in una fase tarda di frequentazione, avevano pareti intonacate. La parte inferiore delle murature era decorata con un intonaco rosso, più resistente del semplice intonaco bianco e ottenuto con una preparazione in argilla, sabbia e ghiaia. Alle spalle del portico correva il prospetto dell’edificio, articolato in aggetti e rientranze che tuttavia dovevano essere nascosti dalla rifinitura ad intonaco. Alla base di questo muro di facciata correva un secondo fregio a lastre di pietra arenaria, questa volta in eccezionali condizioni di conservazione. In più di una lastra si osservavano ancora gli originali colori ocra e rosso, che alternati al colore naturale della pietra grigio-verde ritmavano la facciata. Tali colori erano ripresi probabilmente anche nella sezione superiore delle murature come attestano i frammenti di intonaci colorati. Dall’ingresso all’edificio che si apre quasi al centro della facciata si passava, attraverso un vano di ingresso, nell’aula centrale dell’edificio: un grande ambiente quadrangolare a quattro colonne con basi e toro in pietra e fusto in legno. Resti di tracce di colore e di foglie d’oro su frammenti lignei (dei fusti delle colonne e di travi della copertura) danno solo una sbiadita idea di come dovesse essere ricca la decorazione di questa grande sala, i cui muri erano tuttavia lisci ed intonacati di bianco. Solo il muro occidentale del vano, probabilmente quello principale, ha rilevato la presenza di nicchie. Il pavimento della sala, come nella maggior parte delle stanze dei complessi di Nisa è in semplice argilla battuta e rivestito di un sottile strato di gesso. Curiosamente la grande aula centrale a colonne non comunica con gli ambienti che la delimitano sui lati E e W. Oltre al vano d’ingresso dalla facciata (e al corridoio sud), l’unico altro spazio che si affaccia su di essa era il vano 21, cui dovette essere tributata particolare importanza. L’ambiente 21, infatti, presenta una particolare rifinitura ad intonaco colorato (rosso sui muri, come negli ambienti laterali al portico) steso anche sulla superficie del pavimento (qui l’intonaco era color ocra). Una grande nicchia a lunetta si apriva nel muro occidentale del vano: elemento che potrebbe far supporre ad una destinazione cultuale o comunque riservata per il vano. Tutte le altre stanze lungo i lati orientale ed occidentale dell’edificio non comunicavano con l’ambiente centrale. Sono caratterizzate da un accesso dai corridoi esterni e presentano dimensioni variabili, ma sempre piuttosto ridotte. Spicca, ancora una volta per la particolare decorazione delle sue pareti, l’ambiente 15 dell’ala W. Si tratta di un piccolo vano quadrangolare, privo di particolari dispositivi ed installazioni se si eccettua una nicchia nel muro settentrionale. Quello però che lo distingueva dagli altri era la ricca decorazione delle pareti che vedevano una fascia rossa nella metà inferiore dei muri sovrastata da bande colorate.

Campagne 2004-2005
Le campagne di scavo 2004-2005 hanno liberato interamente i corridoi orientale, meridionale e occidentale dell’Edificio Rosso. Su ogni corridoio perimetrale è ormai chiaro che si apriva un ingresso dall’esterno, quasi sempre in posizione decentrata. La stratigrafia interna agli ambienti ha evidenziato la presenza di due o tre fasi principali di frequentazione che grosso modo corrispondono a quelle registrate negli ambienti interni del complesso. I lavori più recenti hanno sondato l’angolo NE di facciata dell’edificio, laddove si sono osservati restauri e rifacimenti intercorsi probabilmente nelle ultime fasi edilizie del complesso. Il dato più significativo proviene dalla facciata meridionale dell’edificio, anch’essa contraddistinta da una intonacatura fine di colore rosso.
La collaborazione con il Museo Nazionale di Ashgabat ha inoltre consentito, in queste ultime campagne e in contemporanea allo scavo, un progetto parallelo di lavori di documentazione, analisi e restauro delle principali classi di materiali dai nuovi e dai vecchi scavi di Nisa Vecchia. Un team di specialisti ha condotto analisi chimiche e fisiche (indagini spettofotometriche a raggi X) sulle eventuali tracce di colorazione nei reperti: statue di marmo, statue di argilla, rhyta ed elementi della decorazione architettonica.

Campagna 2006
La campagna 2006 ha visto la conclusione dei lavori sul terreno nel settore dell’Edificio Rosso. I principali interventi di scavo hanno interessato l’area antistante le due facciate dell’edificio, settentrionale e meridionale. I lavori hanno consentito di meglio definire l’articolazione delle fronti degli aggetti laterali, sulle quali si registrano interventi di restauro e rifacimenti intercorsi durante il lungo periodo di utilizzo dell’edificio arsacide. Di fronte all’aggetto occidentale si è inoltre riportato alla luce un riparo temporaneo direttamente scavato nel terreno e da datare, con ogni probabilità, alle fasi medievali tarde di frequentazione del sito. Di fronte alla facciata meridionale, lo scavo ha appurato che si estendeva un’ampia area scoperta, compresa tra le mura di fortificazione della cittadella e la vicina Sala Rotonda. Da questo settore provengono un ostrakon iscritto in pahlavi e alcuni frammenti di un’aquila in stucco che probabilmente faceva parte della decorazione interna dell’Edificio Rosso come attestano anche altri analoghi ritrovamenti occorsi nelle precedenti campagne. Un altro limitato sondaggio è stato aperto al limite tra l’Edificio Rosso e l’Edificio Torre, laddove le murature di quest’ultimo complesso si addossano alla fabbrica indagata dalla missione italiana.
I lavori di scavo sono stati accompagnati da prospezioni con elettromagnetometro e magnetometro condotte sulla quasi interezza dell’area interna della cittadella da esperti dell’Università di Siena in collaborazione con il Centro Scavi di Torino. Nella campagna di acquisizione in atto la sonda elettromagnetica EM38 è stata interfacciata ad un GPS portatile attraverso un computer palmare Allegro; in questo modo è stato possibile georeferenziare ogni singolo punto di acquisizione, premessa indispensabile per una accurata mappatura dell’area. L’obiettivo finale è quello di ottenere, per l’area investigata, due mappe (una relativa alla conducibilità elettrica ed una relativa alla suscettività magnetica) per poi ricostruire l’andamento delle proprietà del terreno ed identificare le zone anomale riconducibili a possibili obiettivi archeologici da indagare nelle prossime campagne.

Gli scavi nel settore meridionale (Edificio sud-ovest; Edificio est)

A partire dal 2007, la missione italo-turkmena a Nisa Vecchia ha concentrato i suoi sforzi nel settore sud-occidentale della cittadella. L’area non aveva suscitato un interesse particolare durante i primi decenni di esplorazione del sito e pertanto non era mai stata sistematicamente investigata in precedenza, probabilmente a causa del modesto rilievo del terreno e della prossimità del complesso centrale con i suoi edifici monumentali. Le strutture portate alla luce, di considerevole estensione, appartengono a due edifici di epoca partica, distinti ma addossati uno all'altro e collegati. Le loro complesse vicende costruttive si collocano lungo un arco di tempo piuttosto ampio, che verosimilmente comincia fin dal II secolo a.C.

Un primo, grande edificio quadrangolare (convenzionalmente indicato come “Edificio sud-ovest”) sorge sull’angolo interno delle mura ed è composto da ambienti disposti intorno a un’area aperta. Esso ospitava derrate alimentari e varie attività produttive, anche connesse con la preparazione del cibo, come attestano le oltre cento buche ricavate nei piani antichi di calpestio o direttamente nello sterile adibite originariamente all'incasso di grandi giare da conservazione (khum). Poche di queste giare si conservavano per intero, essendo state la maggior parte distrutte o riutilizzate in antico oppure sfondate dai crolli delle strutture. All’interno degli ambienti sono stati rinvenuti oltre quaranta ostraca che registravano l’entrata e l’uscita di merci come vino, farina e olio. Gli scavi hanno inoltre riportato alla luce un centinaio di masse di argilla cruda utilizzate per sigillare i khum e le porte: esse recano impronte di sigillo, e rappresentano una importante fonte di informazioni sull’organizzazione e l’amministrazione di questi magazzini. L’edificio si estende su una superficie di circa 50x55 m: il suo perimetro ha la forma di un parallelogrammo, con i muri esterni paralleli all’andamento della cinta muraria. Si tratta della conferma di un dato già rilevato altrove a Nisa, ovvero che gli edifici dei principali complessi vennero eretti tenendo orientandoli secondo quello che era l'andamento del corrispondente e vicino tratto di mura della cittadella. L’edificio è composto da una fila interna di stanze sui quattro lati di un’area aperta rettangolare, originariamente concepita come un cortile, e in seguito suddivisa grazie all’erezione di muretti che crearono ulteriori ambienti interni. Alcune di questi vani più interni, e in particolare quelle realizzate in pakhsa, sono probabilmente da ricondurre all’epoca islamica, come indicato dalla presenza di materiali tardi (databili fra il decimo e il sedicesimo secolo). Queste fasi sono individuabili in diversi settori dell’edificio, con una concentrazione particolare proprio nel cortile e nelle aree nord e nord-est. Occore rilevare, tuttavia, che alcuni dei muri di paksha datano ancora all’epoca partica. Inoltre, la leggibilità del cortile è complicata dalla presenza di larghe trincee, verosimilmente scavate da missioni sovietiche, che purtoppo non furono accuratamente documentate.

Sui lati nord ed est dell’edificio, verosimilmente in una seconda fase di utilizzo (ancora riferibile al periodo partico), fu eretta una seconda fila di stanze. A est, contro la fila più esterna di stanze fu costruito un altro edificio, il cosiddetto “Edificio est”, investigato solo in parte. Ad oggi, gli scavi hanno qui portato alla luce un complesso che misura 25x28 metri la cui funzione specifica è oggi ancora da stabilire nel dettaglio. In quest’area, lo stato di conservazione di alcuni muri rende particolarmente difficile la ricostruzione dell’impianto dell’edificio, che risulta composto di stanze varie per forma, ma generalmente di dimensioni modeste. Solo due di esse, che dovevano probabilmente servire come magazzino privato, hanno evidenziato la presenza di incassi di khum (grandi giare da stoccaggio) nel pavimento. Di particolare interesse sono poi le tre stanze del lato sud del complesso, ciascuna delle quali è caratterizzata dalla presenza di due basi di colonna allineate al centro dell'ambiente. Nell’ambiente centrale basi e toro (del cosiddetto tipo achemenide, attestato anche altrove a Nisa) sono in pietra, mentre nei due ambienti laterali le basi sono in pakhsa. Curiosamente, erano in argilla cruda rivestita di stucco anche le colonne, di cui nell’ambiente orientale si conserva la parte inferiore. La presenza di ambienti colonnati suggerisce che l’edificio, di carattere probabilmente più privato rispetto all’Edificio sud-ovest, dovesse essere di una qualche importanza: non si può escludere che esso potesse servire come residenza o come ufficio di rappresentanza per un alto funzionario i cui compiti riguardassero proprio l’adiacente complesso di magazzini.

Sulla base di alcuni ostraca datati sappiamo che i due edifici erano in funzione fra la fine del II e gli inizi del I secolo a.C.


Sculture in argilla cruda


La produzione di statue in argilla cruda di Nisa trova confronti con altri siti dell’Asia Centrale e precorre alcuni importanti sviluppi della scultura kushana e greco-buddhista. Questo tipo di decorazione era previsto a Nisa anche per altri edifici, primo fra tutti l’Edificio della Sala Rotonda.
I primi frammenti di statue in argilla cruda dipinta furono individuati nella Sala Rotonda fin dai sondaggi di Maruščenko ed Eršov (1934-1936), ma furono lasciati sul fondo delle trincee aperte anche quando cominciò nel 1949 l’attività di scavo della JuTAKE (Missione Archeologica Complessa nel Turkmenistan Meridionale); essi furono recuperati solo a cominciare dal 1990 quando il team di restauratori della Missione Archeologica Italiana ne iniziò la pulizia ed il prelevamento sistematico dal terreno. Fino ad ora sono stati recuperati circa cento frammenti nella Sala Rotonda ed una decina nell’Edificio Rosso, oggi conservati nei magazzini del Museo Archeologico Nazionale di Ashgabat.
I frammenti scultorei recuperati appartengono a personaggi in abiti panneggiati o militari; nella maggior parte dei casi si conservano porzioni di vesti o di acconciature, ed in numero minore parti del corpo (teste, mani, braccia). Tra queste ultime spicca soprattutto l’eccezionale frammento di testa maschile barbuta che è stata identificata, grazie a confronti monetali, con Mitridate I. Un interesse particolare rivestono anche i frammenti di vesti ed acconciature, perché danno un’idea delle tendenze artistiche che dovevano aver influenzato gli scultori niseni nella messa in opera del programma decorativo. Lo studio iconografico e stilistico dei frammenti permette infatti di considerare le sculture della Sala Rotonda come un eccezionale esempio di arte ellenistica in Asia Centrale.
Grazie agli studi fino ad oggi condotti è possibile avanzare alcune interessanti ipotesi sul ciclo scultoreo della Sala Rotonda. Esso era probabilmente costituito da numerose statue femminili e maschili, il cui numero minimo è stato individuato in cinque; almeno tre di queste erano abbigliate in tunica e manto, una era abbigliata alla iranica ed una era probabilmente un guerriero. Esse erano acconciate alla greca con i capelli a boccoli o trecce sulle spalle e nel caso delle raffigurazioni maschili con barbe a lunghe ciocche ondulate o a corti riccioli sotto il mento. La collocazione di simili raffigurazioni, le cui dimensioni erano superiori al naturale (2,30-2,40 m), non è accertabile con certezza all’interno della sala. Esse non erano certamente appoggiate alle pareti, stante l'ipotesi ricostruttiva di una cupola a sezione ellittica, ma erano probabilmente collocate sul pavimento, forse su basi lignee. Impossibile poi chiarire se esse fossero disposte a gruppi o isolate le une dalle altre, magari ad intervalli regolari.

Una delle particolarità più interessanti della decorazione scultorea in crudo risiede soprattutto nella tecnica di lavorazione “composita”: le varie parti (per esempio teste, braccia, mani, vesti ed acconciature) erano modellate separatamente a stampo o a mano e poi unite le une alle altre. Per tenere insieme statue così costituire vi era una armatura interna, anch’essa fatta di pezzi di forme e materiali diversi (legno, metallo e gesso), su cui venivano stesi in successione gli strati di argilla. Una vivace policromia caratterizzava l’aspetto finale delle statue: sui frammenti di vesti restano infatti abbondanti tracce di colore azzurro, rosso e rosa, mentre sui capelli prevalgono il nero ed il rosso. A questo proposito interessanti dati sono stati raggiunti grazie ad alcune analisi chimiche, condotte nei laboratori della Soprintendenza della Valle d’Aosta, che hanno chiarito la composizione dei vari tipi di argilla e dei pigmenti di colore usati nella fase finale di finitura pittorica. Durante la campagna di scavo 2005 sono state inoltre effettuate alcune misurazioni direttamente sui campioni conservati nel Museo Nazionale di Ashgabat con due spettrofotometri dell’Istituto di Fisica Applicata “Nello Carrara” di Firenze .


Rhyta


Tra i ritrovamenti effettuati a Nisa dalla JuTAKE il corpus più eccezionale è costituito da circa 50 rhyta (alti recipienti figurati atti a mescere e versare liquidi) in avorio, ritrovati in frammenti al di sopra dei banconi in argilla di una delle stanze della Casa Quadrata (Masson-Pugačenkova 1982). Se la forma del rhyton è di origine iranica, esso ebbe ampia diffusione anche nel mondo greco e in quello delle steppe. Il livello tecnico ed artistico dei capolavori da Nisa Vecchia è elevatissimo. L’importanza di questa classe eccezionale di materiali è alla base degli interventi che negli ultimi anni hanno visto specialisti della missione archeologica italiana del Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino operare su alcuni pezzi del corpus. Si sono condotti interventi di pulitura, restauro, integrazione e consolidamento su alcuni dei fregi in precarie condizioni di conservazione (2002) e si è proceduto ad una documentazione grafica (disegno artistico 2001-2 e 2005) e fotografica di tutti i pezzi. I rhyta di Nisa si compongono di più pezzi assemblati e si suddividono principalmente in un fregio superiore figurato, in un corpo centrale liscio e in un terminale anch’esso figurato. L’iconografia dei soggetti riporta immediatamente ad ambito ellenistico (compaiono i 12 dèi dell’Olimpo, processioni dionisiache sui fregi, temi tratti dalla mitologia greca sui terminali), ma la realizzazione di questi motivi soggiace sempre ad un gusto ed un’esecuzione centroasiatica evidente nelle figure un po’ appesantite, nelle forme enfiate e nel ricorrere di soggetti di tipica ispirazione orientale come il grifone o il Gopatshah. Lo studio dei rhyta niseni ha portato alla pubblicazione del volume Nisa Partica. I rhyta ellenistici.


Sculture in marmo


Il pezzo più celebre tra le sculture messe in luce dalla JuTAKE è la cosiddetta Rodogune, dal nome dell’eroina dei Parti che gli archeologi sovietici diedero a questa raffigurazione, che rappresenta Afrodite Anadiomene identificata con l'iranica Anahita. Il forte influsso della cultura ellenistica è evidente anche nelle altre realizzazioni, Artemide cacciatrice, Dioniso appoggiato a un satirello, ancora Afrodite, e la figura femminile arcaistica che attesta come gli artisti che produssero queste opere fossero attenti a quelle che erano le diverse correnti di gusto dell'età ellenistica. La rappresentazione di figure e divinità in vesti puramente greche non deve sorprendere in un ambito culturale estremamente recettivo come quello niseno dove un doppio piano di lettura (greco ed iranico, in un articolato fenomeno sincretistico) è sempre presente. Le ultime missioni italiane hanno inoltre promosso interventi di studio, documentazione ed analisi sulle sculture in marmo, sempre dalla Casa Quadrata, raccolti nel volume Nisa Partica. Le sculture in ellenistiche. Le statue, solitamente con dimensioni pari a un terzo del naturale, ornavano originariamente gli edifici della cittadella. Analisi sull’originaria pigmentazione delle statue sono state condotte durante la campagna del 2005 grazie all’ausilio di uno spettrofotometro a raggi X. Lo studio dei colori (intonaci, statue), seguito dagli archeologi del Centro, è tuttora in corso nei laboratori della Soprintendenza della Valle d’Aosta.


Sculture in metallo


Gli scavi sovietici della Casa Quadrata nel settore settentrionale della cittadella hanno restituito un’altra significativa classe di materiali: le figurine in metallo, a tutto tondo o a rilievo, d’argento dorato o di bronzo e solitamente di piccole dimensioni decoravano verosimilmente suppellettili o altri oggetti, dai recipienti alle armi. Esse costituiscono un gruppo eterogeneo estremamente indicativo di quelli che erano gli orizzonti artistici, stilistici e tecnici entro cui si colloca l’intera produzione nisena. Le raffigurazioni di Atena, di erote, di grifoni e sfingi, di centauri e aquile ancora una volta evidenziano la compresenza di iconografie tipicamente greche a fianco di temi direttamente riconducibili al mondo delle steppe, ovvero alle origini della dinastia regnante. Un approfondito studio iconografico e stilistico (Invernizzi 1999) ha messo in evidenza una serie di letture contemporaneamente in chiave greca e in chiave iranica, significative per interpretare questa produzione, i cui estremi cronologici sembrano compresi tra II sec. a.C. e I sec. d.C. Seppure opere minori, per dimensioni e impegno espressivo, le figurine di metallo da Nisa costituiscono un corpus in grado di meglio definire il gusto e l’ideologia dei sovrani arsacidi.


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